Era il 1997.
Smanettavo con i primi programmi per creare siti, ma non avevo ancora capito cosa fosse davvero il web design. Passavo ore a provare, a capire come funzionavano le pagine, i frame, le gif animate. Giocavo più che lavorare. Poi vidi certi siti che mi stregarono. Lì capii che non bastava saper fare, bisognava imparare sul serio. All’epoca non esistevano corsi veri e propri, solo workshop e incontri tra appassionati. Io andai al Webb.it di Padova nel 2000 e nel 2001. È lì che decisi che quella sarebbe stata la mia strada.
Il primo nome che mi cambiò la prospettiva fu Eye4U. Un amico me lo fece vedere nel 1998. Era uno dei primi studi a fare siti interamente in Flash per clienti veri. Portarono lo stile “Gabocorp” al livello di un’agenzia. Per molti, furono i primi in Europa a specializzarsi davvero nel web design animato.
Vedere quelle animazioni che si muovevano al ritmo della musica era una magia. Un’esperienza che ti catturava. Ti faceva capire che il web non era solo informazione: era movimento, emozione, ritmo.
Poi arrivò 2Advanced Studios. Ogni due anni pubblicavano una nuova versione del sito, e ogni volta sembrava un evento. Tornavo spesso a vedere se c’era qualcosa di nuovo, e ogni volta era come entrare in un altro pianeta. Interfacce futuristiche, musiche ipnotiche, transizioni perfette. Un film di fantascienza dentro al browser, in un’epoca fatta di tabelle e testi statici.
I siti in Flash erano il massimo dell’innovazione. Niente responsive, niente SEO, niente regole. Solo creatività allo stato puro. Io cercavo di imitarli, facevo esperimenti con Flash e HTML, ma ogni volta che guardavo i loro lavori mi rendevo conto di quanto fossero avanti. Qui in Italia non c’era nessuno nemmeno vicino a quel livello.
Il fondatore, Eric Jordan, trasformò il web in arte. Ogni versione del sito – dalla v2 alla leggendaria v5 “Attractor” – alzava l’asticella per tutti. Sembrava di guardare i comandi di una nave spaziale. Con loro capii che il design non è solo forma, ma esperienza.
Negli anni successivi arrivarono altri nomi che fecero scuola. Neostream, con il suo diavoletto animato che ti guidava nel sito, ironico e perfetto. Ultrashock, una vetrina di esperimenti Flash con un’intro che ti lasciava senza fiato, un’esplosione di musica e movimento. E poi Tokyoplastic, due inglesi con un gusto unico: le loro drum machine erano vere opere d’arte, personaggi che suonavano ritmi elettronici in perfetta sincronia.
Erano siti che non raccontavano: facevano vivere. Grafica, musica e tecnologia si fondevano in un’unica emozione. Per chi stava imparando, come me, erano fari nel buio. Ogni animazione era una sfida, un invito a capire come diavolo ci riuscivano.
Quando finalmente cominciai a capirci qualcosa, Flash era già morto. Spazzato via da HTML5, CSS3 e JavaScript. Il web non aveva più tempo per le barre di caricamento con la musica d’attesa. Era finita un’epoca, e insieme a lei quel tipo di magia.
Oggi abbiamo il 3D, le web app, animazioni fluide e potenti. Ma quel periodo aveva un’anima diversa. Era romanticismo digitale. Si lavorava per stupire, non per l’algoritmo. Un sito doveva emozionare, non vendere. Gli errori facevano parte del viaggio, le regole erano poche, e ogni scoperta era una piccola vittoria.
Chi non l’ha vissuto non può capire la gioia di vedere partire un’animazione dopo ore di lavoro. Quel clic che dava vita a tutto era la nostra ricompensa. Era un’epoca fatta di curiosità, tentativi e meraviglia. E in quell’imperfezione, c’era tutta la poesia del web delle origini.